Note 5 . Ren Descartes: la centralit del soggetto pensante.

(1). Confronta Dante, Inferno, canto ventiseiesimo, v. 120.

(2).  Latinizzato  in  Cartesius, il suo  nome  viene  tradotto  in
italiano con Cartesio.

(3).  E' la regione della Francia occidentale dove Descartes nacque
(a  La  Haye), e dove (a La Flche) frequent il collegio dei padri
gesuiti.

(4).  Confronta  E.  Garin.  La vita e le  opere  di  Cartesio,  in
Cartesio,  Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine  XXIII-
XXX.

(5). Confronta ibidem, in particolare le pagine XXV-XXVI.

(6).  "Se  mi fermer in qualche luogo, come spero di fare,  allora
subito, ti prometto, mi metter a scrivere le mie Meccaniche  e  la
mia  Geometria"  (Lettera a Beeckman del 24  gennaio  1619,  in  E.
Garin,  La vita e le opere di Cartesio, in Cartesio, Opere, citato,
volume primo, pagina XXVII).

(7).  All'inizio  della  sua opera pi  celebre,  il  Discorso  sul
metodo,  finito  di stampare nel 1637, Descartes, riferendosi  alle
sue   ricerche  giovanili,  scrive:  "Sapevo  bene  [...]  che   le
matematiche  hanno  invenzioni sottilissime, utili  assai  tanto  a
contentare  i  curiosi, quanto a facilitare le arti  tecniche  e  a
diminuire il lavoro degli uomini" (Discorso sul metodo in Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 134).

(8).  Parlando  ancora della propria giovinezza e, in  particolare,
degli  studi  fatti  presso i gesuiti nel collegio  di  la  Flche,
Descartes scrive: "Pi di tutto mi piacevano le matematiche per  la
certezza ed evidenza dei loro ragionamenti, ma non ne vedevo ancora
l'uso  migliore; anzi, considerando che esse non venivano adoperate
se  non  per le arti meccaniche, mi stupivo che su fondamenti  cos
fermi  e solidi non si fosse ancora costruito nulla di pi  alto  e
importante" (ivi, pagina 135).

(9). Theora, in greco,  l'"osservazione", il vedere.

(10).  R.  Descartes, Olympica, in Cartesio, Opere, citato,  volume
primo, pagina 4.

(11).  Confronta  R. Descartes, Discorso sul metodo,  in  Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagine 137-142.

(12). Confronta R. Descartes, Olympica, in Cartesio, Opere, citato,
volume primo, pagina 4.

(13). Confronta ivi, pagina 5.

(14). Confronta ivi, pagine 5-6.

(15). Ivi, pagina 5. Il discorso  in terza persona perch  andato
perduto  il testo originale della Olympica (poche pagine contenute,
insieme  ad  altri  brevi  scritti,  in  un  quaderno  rilegato  in
pergamena recante in copertina la data 1 gennaio 1619), e il primo
biografo  di  Descartes, Adrien Baillet, che ebbe sotto  mano  quel
quaderno, in parte ne trascrisse e in parte ne riassunse fedelmente
il contenuto usando, appunto, la terza persona, nella sua La vie de
Monsieur Des-Cartes (Parigi, 1691).

(16). Ivi, pagina 7.

(17). Ibidem.

(18).  R.  Descartes,  Discorso sul  metodo,  in  Cartesio,  Opere,
citato, volume primo, pagina 133.

(19). Ibidem.

(20). Ivi, pagine 136-137.

(21). Ivi, pagina 136.

(22).  R. Descartes, Regole per la guida dell'intelligenza,  primo,
in  Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 17. Il corsivo  
nostro.

(23). Confronta ivi, pagina 18.

(24). R. Descartes, Regole per la guida dell'intelligenza, secondo,
in Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 21.

(25). Ibidem. Il corsivo  nostro.

(26). Ibidem.

(27).  "Ci deve essere una scienza generale, che spieghi tutto  ci
che  si pu chiedere circa l'ordine e la misura non riferita a  una
speciale  materia,  ed  essa, non gi  con  un  vocabolo  straniero
[Descartes  allude al termine algebra], ma con  uno  gi  antico  e
accettato  dall'uso,  ha da essere chiamata matematica  universale,
perch  in  questa si contiene tutto ci per cui le  altre  scienze
sono  dette  parti  della matematica. Quanto poi questa  superi  in
utilit e facilit le altre che sono subordinate,  manifestato  da
ci, che essa si estende a tutte le cose cui si estendono quelle, e
per  di pi a molte altre, e che se contiene alcune difficolt,  le
medesime  esistono anche in quelle, e per di pi altre ce  ne  sono
derivanti dalla particolarit degli oggetti, le quali in  essa  non
sono" (R. Descartes, Regole per la guida dell'intelligenza, quarto,
in Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 30).

(28). Sul frontespizio della prima edizione si legge: "Discours  de
la  Mthode Pour bien conduire sa raison, & chercher la verit dans
les sciences. Plus La Dioptrique, Les Mtores et La Gomtrie. Qui
sont  des essais de cete Mthode" ("Discorso sul metodo per  condur
bene la propria ragione e ricercare la verit nelle scienze. Pi La
Diottrica, Le Meteore e La Geometria. Che sono dei saggi di  questo
metodo").

(29).  Si  pensi al calcolo geometrico del quadrato di un  binomio:
(a+b)2 = a2 + b2 + 2 ab.

(30).  R. Descartes, Regole per la guida dell'intelligenza, quarto,
in Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 29.

(31).  R. Descartes, Regole per la guida dell'intelligenza,  sesto,
in Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 34.

(32).  Gli studenti che, dovendo risolvere un problema di geometria
analitica,  si trovano davanti alle continue raccomandazioni  degli
insegnanti di matematica di "fare il disegno", sanno bene che  quel
disegno  ha  esclusivamente una funzione di controllo  (pu  essere
facile sbagliare un segno durante il calcolo algebrico) e che non 
rilevante rispetto alla soluzione del problema; nello stesso  tempo
possono  facilmente constatare che, tra i compagni di classe,  alla
identit  delle  operazioni algebriche (quando  il  procedimento  
corretto)   non   corrisponde  l'identit  delle   rappresentazioni
grafiche.

(33).  Confronta  E.  Garin, La vita e le  opere  di  Cartesio,  in
Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagine LXXXIX.

(34).  Questa  opera di Descartes vide la luce pochi anni  dopo  la
morte  dell'autore.  La  parte dedicata all'uomo  fu  stampata,  in
traduzione  latina, con il titolo De homine, a Leida nel  1662;  la
prima parte, con il titolo Le Monde, fu pubblicata nel 1664 e nello
stesso anno apparve, separatamente, anche l'ultima parte, nella sua
stesura  francese,  con il titolo L'Homme; nel 1667  le  due  parti
furono  stampate  riunite insieme, secondo la  versione  originale,
oggi perduta.

(35). In una lettera a padre M. Mersenne della fine di novembre del
1633,  Descartes  scrive: "[La condanna di  Galileo]  mi  ha  tanto
colpito che mi sono risoluto a bruciare tutte le mie carte,  o  per
lo  meno a non lasciarle vedere a nessuno" (confronta R. Descartes,
Opere  scientifiche, UTET, Torino, 1966, volume primo, pagina 164).
Padre  M.  Mersenne  (1588-1648), filosofo e  scienziato  francese,
frate  dell'ordine  dei minimi, svolse una  sorta  di  funzione  di
collegamento  tra gli intellettuali del suo tempo;  dal  gruppo  di
matematici e fisici che si raccoglievano intorno a lui sarebbe nata
l'Accademia delle scienze. Tradusse in francese le opere di Galileo
e  fu  particolarmente amico di Descartes, con il quale intrattenne
una   fitta   corrispondenza  e  di  cui  cur   l'edizione   delle
Meditazioni.

(36).  Confronta  R. Descartes, Discorso sul metodo,  in  Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 157.

(37). Ivi, pagina 158.

(38).  R.  Descartes, L'Uomo, in Opere scientifiche, UTET,  Torino,
1966, volume primo, pagine 57-58.

(39).  Confronta  R. Descartes, Discorso sul metodo,  in  Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 157.

(40). "Che ogni cosa resta nello stato in cui  fino a che nulla la
cambia";  "che  ogni corpo che si muove tende a continuare  il  suo
movimento  in linea retta" (R. Descartes, Princpi della filosofia;
secondo,  37  e  39,  in Cartesio, Opere, citato,  volume  secondo,
pagine 95, 97).

(41).  "Se un corpo che si muove ne incontra un altro pi forte  di
s,  non  perde nulla del suo movimento, e se ne incontra un  altro
pi debole che egli possa muovere, ne perde tanto quanto gliene d"
(R.  Descartes, Princpi della filosofia; secondo, 40, in Cartesio,
Opere,  citato, volume secondo, pagina 98). Contro questo principio
polemizz Leibniz; vedi capitolo Dieci, 1, pagine226-227.

(42).  "Come il movimento unico propriamente detto, che  unico  in
ogni  corpo,  pu  anche  essere preso per  molti"  (R.  Descartes,
Princpi della filosofia; secondo, 32, in. Cartesio, Opere, citato,
volume  secondo, pagina 91). La definizione di moto e le tre  leggi
della  natura  sono formulate e illustrate con cura  nella  seconda
parte  dei  Princpi della filosofia; in Cartesio,  Opere,  citato,
volume secondo, pagine 86-115.

(43). Ivi, pagina 116.

(44).  R.  Descartes, Meditazioni metafisiche, primo, in  Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 200.

(45). Ivi, pagine 201-202.

(46).  Confronta ivi, pagina 203. La funzione del dubbio   esposta
da  Descartes  nella quarta parte del Discorso  sul  metodo,  ed  
quindi  ripresa nelle sei Meditazioni metafisiche (Meditationes  de
Prima Philosophia, pubblicate in latino nel 1641 e in francese  nel
1647) proprio per approfondire gli argomenti esposti in maniera pi
sintetica  nel  Discorso. La prima stesura dell'opera  risale  agli
anni  1629-1630; venne rielaborata intorno al 1640 in seguito  alle
discussioni  fra gli intellettuali di tutta Europa suscitate  dalla
pubblicazione del Discorso sul metodo.

(47). Ivi, pagina 199.

(48).  Nella  traduzione  latina  del  Discorso  Descartes  usa  la
formula: Ego cogito, ergo sum, sive existo.

(49).  R.  Descartes,  Discorso sul  metodo,  in  Cartesio,  Opere,
citato, volume primo, pagina 151.

(50).  R. Descartes, Meditazioni metafisiche, secondo, in Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 206.

(51).  "Ora  chiuder  gli occhi, mi turer le orecchie,  distrarr
tutti  i  miei  sensi, canceller anche dal mio pensiero  tutte  le
immagini  delle  cose  corporee, o almeno,  poich  ci  pu  farsi
difficilmente,  le  reputer  vane e false;  e  cos  intrattenendo
solamente  me  stesso  e considerando il mio interno,  cercher  di
rendermi  a  poco a poco pi noto e pi familiare a me  stesso.  Io
sono  una  cosa che pensa, cio che dubita, che afferma, che  nega,
che conosce poche cose, che ne ignora molte, che ama, che odia, che
vuole, che non vuole, che immagina anche, e che sente. Poich, come
ho  notato  prima, sebbene le cose che sento ed immagino non  siano
forse nulla fuori di me e in se stesse, io sono tuttavia sicuro che
quelle  maniere di pensare, che chiamo sensazioni ed immaginazioni,
per  il  solo fatto che sono modi di pensare risiedono e si trovano
certamente in me" (R. Descartes, Meditazioni metafisiche, terzo, in
Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 215).
Pedro  Calderon  de  la Barca (1600-1681), un drammaturgo  spagnolo
contemporaneo   di  Descartes,    autore  di  un   famoso   dramma
filosofico, La vita  sogno (La vida es sueo). L'erede al trono di
Polonia  viene  fatto  vivere fin dalla nascita  segregato  in  una
prigione a causa della predizione che sarebbe stato un pessimo re e
un  figlio  crudele,  ed    tenuto  all'oscuro  della  sua  regale
condizione.  Ad  un  certo  momento  il  re  suo  padre  decide  di
sottoporlo  ad  una  prova: lo fa narcotizzare e  trasportare  alla
reggia, dove, una volta sveglio, viene trattato come re; visto  che
si  comporta in maniera malvagia, viene fatto di nuovo addormentare
ed  ritrasportato nella prigione, dove si sveglia nel dubbio se la
sua  esperienza  sia stata "reale" o solo un sogno:  al  carceriere
che,  svegliandolo, gli dice che ha dormito tutto  il  giorno  egli
risponde "Nemmeno ora mi sono svegliato, perch a mio parere  dormo
ancora.  [...]  Se  fu sogno quello che vidi con tanta  certezza  e
toccai con mano, quello che vedo ora sar malcerto; e non c' molto
da  meravigliarsi che, ridotto in questa miseria, sogno da  sveglio
se  dormendo veggo" (Atto secondo, scena diciottesimo).  Il  giorno
dopo  si  verifica nel paese una insurrezione popolare: gli insorti
liberano  il  principe e, vittoriosi, lo conducono nuovamente  alla
reggia; questa volta egli si comporta in maniera buona e saggia, ma
non sa se si tratta ancora una volta di un sogno.
A.  Schopenhauer, filosofo tedesco dell'Ottocento, dopo aver  fatto
esplicito  riferimento a Calderon, scrive: "La vita e i sogni  sono
pagine  di  uno stesso libro. La lettura continuata si chiama  vita
reale.  Ma quando l'ora abituale della lettura (il giorno) viene  a
finire  e  giunge il tempo del riposo, allora noi spesso seguitiamo
ancora fiaccamente, senza ordine e connessione, a sfogliare ora qua
ora  l  una pagina: spesso  una pagina gi letta, spesso un'altra
ancora  sconosciuta, ma sempre dello stesso libro" (Il  mondo  come
volont  e  rappresentazione, primo.7, Laterza, Bari, 1979,  pagina
48).
Si  pensi, infine, al ruolo che i sogni e il rapporto tra  attivit
consapevole  e  attivit  inconscia  della  nostra  mente  svolgono
nell'opera di Freud e dei suoi successori.

(52).  "Ma  io  non conosco ancora abbastanza chiaramente  ci  che
sono, io che son certo di essere; di guisa che, ormai, bisogna  che
badi  con  la  massima  accuratezza a non prendere  imprudentemente
qualche  altra  cosa  per  me, e cos a non  ingannarmi  in  questa
conoscenza che io sostengo essere pi certa e pi evidente di tutte
quelle  che  ho  avuto  per lo innanzi" (R. Descartes,  Meditazioni
metafisiche,  secondo,  in Cartesio, Opere, citato,  volume  primo,
pagina 206).

(53).  R.  Descartes,  Discorso sul  metodo,  in  Cartesio,  Opere,
citato, volume primo, pagina 152.

(54). Ibidem.

(55). Ibidem.

(56). Vedi volume primo, capitolo Undici, 5, pagine 238-239.

(57).  R.  Descartes, Meditazioni metafisiche, quinto, in Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 244.

(58). Ibidem.

(59). Vedi volume primo, capitoloUndici, 5, pagina 289.

(60).  R.  Descartes, Meditazioni metafisiche, quinto, in Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 245.

(61).  Ad esempio, J. N. Findlay nel suo saggio del 1948 Can  God's
existence be disproved? ("Pu essere provata l'esistenza di Dio?"),
apparso nel n 57 della rivista "Mind". Sul dibattito contemporaneo
intorno a questo problema si veda il volumetto di P. C. Rivoltella,
Essere necessario e filosofia analitica, CEDAM, Padova, 1993.

(62).  R.  Descartes, Meditazioni metafisiche, quinto, in Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 245.

(63).  "Io  non  ammetto adesso nulla che non  sia  necessariamente
vero:  io non sono, dunque, per parlar con precisione, se  non  una
cosa che pensa, e cio uno spirito, un intelletto o una ragione,  i
quali  sono termini il cui significato m'era per lo innanzi ignoto"
(R.  Descartes,  Meditazioni  metafisiche,  secondo,  in  Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 208).

(64).  E'  evidente il carattere platonico di questa concezione  di
Descartes: la conoscenza  scoperta di qualcosa che gi possediamo.
Idea  dell'io  e  idea  di  Dio, egli scrive,  sono  poste  in  noi
direttamente  da Dio: "non resta altro da dire, se  non  che,  come
l'idea di me stesso, essa [l'idea di Dio]  nata e prodotta con me,
fin da quando sono stato creato. E certo non si deve trovare strano
che  Dio,  creandomi, abbia messo in me questa idea,  perch  fosse
come la marca dell'operaio impressa sulla sua opera; e non  neppur
necessario  che questa marca sia qualcosa di differente  da  questa
stessa  opera"  (R. Descartes, Meditazioni metafisiche,  terzo,  in
Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 230).

(65).  Confronta  Lettera a padre Mersenne del 16 giugno  1646,  in
Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagina 218.

(66).  R.  Descartes, Meditazioni metafisiche, terzo, in  Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 218.

(67). Confronta ibidem.

(68).  R.  Descartes, Meditazioni metafisiche, sesto, in  Cartesio,
Opere, citato, volume primo, pagina 255.

(69). Ivi, pagina 256.

(70). Ivi, pagine 256-257.

(71).  Confronta  R. Descartes, I princpi della filosofia,  primo,
13, in Cartesio, Opere, citato, volume secondo, pagine 31-32.

(72).  La  parte finale del trattato Monde ou Trait de la  lumire
("Il  Mondo o Trattato della luce") si intitola L'Homme ("L'Uomo"),
ed    dedicata al funzionamento del cervello e in particolare alla
funzione  della  ghiandola pineale. L'opera, pubblicata  postuma  a
Parigi   nel  1664,    corredata  di  suggestive  rappresentazioni
grafiche.
Qui,  ad  esempio,    illustrato  come  la  ghiandola  pineale   H
percepisce l'oggetto L attraverso le mani e i bastoncini N ed O (R.
Descartes, L'Uomo, in Cartesio, Opere scientifiche, citato,  pagina
135).

(73). Confronta R. Descartes, Le passioni dell'anima, primo, 31-35,
in Cartesio, Opere, citato, volume secondo, pagine 420-423.

(74). "Io so bene anche che potranno passare molti secoli prima che
si  siano cos dedotte da questi princpi tutte le verit che se ne
possono  dedurre, perch la maggior parte di quelle che  restano  a
trovare  dipendono  da alcune esperienze particolari,  che  non  si
troveranno mai per caso, ma debbono essere cercate con cura e spesa
da uomini intelligentissimi; e perch accadr difficilmente che gli
stessi  che  avranno l'abilit di servirsene abbiano la possibilit
di  farle; e anche perch la maggior parte dei migliori ingegni  ha
concepito una s cattiva opinione di tutta la filosofia, a  cagione
dei  difetti  che  essi han notato in quella che    stata  in  uso
finora, che non potranno dedicarsi a cercarne una migliore.  Ma  se
infine la differenza che essi vedranno tra questi princpi e  tutti
quelli  degli  altri, e la gran serie di verit che se  ne  possono
dedurre  fa loro conoscere quanto  importante di continuare  nella
ricerca  di queste verit, e sino a che grado di saggezza,  a  qual
perfezione  di  vita,  a qual felicit esse possono  condurre,  oso
credere  che non ce ne sar nessuno che non cerchi di applicarsi  a
uno studio s proficuo, o almeno che non favorisca o voglia aiutare
per  tutto quanto pu quelli che ci si dedicheranno con frutto.  Io
desidero  che  i nostri nipoti ne vedano l'avvento,  eccetera"  (R.
Descartes, I princpi della filosofia, Lettera dell'autore a  colui
che  ha  tradotto il libro [l'abate C. Picot, priore di Rouvre]  la
quale  pu servir di prefazione, in Cartesio, Opere, citato, volume
secondo, pagina 24).

(75).  Confronta  il  passo  della  sesta  delle  Meditazioni   gi
ricordato a pagina 133: "Tuttavia poich da un lato ho una chiara e
distinta  idea  di me stesso, in quanto sono una  cosa  pensante  e
inestesa,  e  da un altro lato ho un'idea distinta  del  corpo,  in
quanto esso  solamente una cosa estesa e non pensante,  certo che
quest'io,  cio  la mia anima, per la quale sono ci  che  sono,  
interamente  e  veramente distinta dal mio corpo, e  pu  essere  o
esistere senza di lui".

(76).  R.  Descartes,  Discorso sul  metodo,  in  Cartesio,  Opere,
citato, volume primo, pagina 142.

(77). Ibidem.

(78). Ibidem.

(79). Ibidem.

(80).  "Alla ricerca di una scienza cos necessaria penso,  dunque,
di  consacrare tutta la vita, tanto pi che ritengo di aver trovato
una  via tale che deve infallibilmente condurmi a trovarla, se  non
mi  faranno  impedimento la brevit della vita  o  la  mancanza  di
possibilit nelle esperienze. Contro questi due impedimenti non c'
rimedio migliore di comunicare fedelmente al pubblico tutto il poco
che avr trovato, e invitare i migliori ingegni a spingersi pi  in
l,  contribuendo, ciascuno secondo la sua inclinazione  e  le  sue
proprie  possibilit,  alle esperienze necessarie,  e  comunicando,
poi,  anch'essi  al  pubblico  le cose  che  troveranno,  affinch,
cominciando  gli  ultimi dove i primi hanno terminato,  e  riunendo
cos  le  vite  e le opere di molti, possiamo andare tutti  insieme
molto pi lontano di quel che potrebbe ciascuno in particolare" (R.
Descartes, Discorso sul metodo, in Cartesio, Opere, citato,  volume
primo, pagina 173).

(81). Ivi, pagine 144-145.

(82). Ivi, pagina 145.

(83). "E fra parecchie opinioni ugualmente accolte sceglievo le pi
moderate:  sia  perch  in pratica sono  sempre  le  pi  comode  e
verosimilmente le migliori, ogni eccesso essendo di solito cattivo;
sia  anche  perch, prendendo la via di mezzo, nel caso che  avessi
sbagliato  mi  sarei sempre trovato meno lontano dal retto  cammino
che  se  avessi  preso  uno  dei partiti  estremi"  (R.  Descartes,
Discorso  sul  metodo,  in Cartesio, Opere, citato,  volume  primo,
pagina 145).

(84).  Ivi,  pagina 146. Descartes illustra questo principio  anche
con  una immagine: "Imitando in ci i viaggiatori, i quali,  se  si
trovano smarriti in una foresta, non debbono aggirarsi ora  di  qua
ora  di l, e tanto meno fermarsi, ma camminare sempre nella stessa
direzione,  e  non  mutarla per deboli ragioni, ancorch  l'abbiano
scelta  a  caso,  perch,  cos, anche se non  vanno  proprio  dove
desiderano, arriveranno per lo meno alla fine in qualche luogo dove
probabilmente  si troveranno meglio che nel fitto della  boscaglia"
(ibidem).

(85). Ibidem.

(86). Confronta ivi, pagine 146 -147.

(87). Ivi, pagina 147.

(88). Confronta R. Descartes, Meditazioni metafisiche, quarto, in
Cartesio, Opere, citato, volume primo, pagine 236 -237.
